Ridere della paura che leggo nei suoi occhi, e scoprire che è solo il riflesso dei miei.
Ho perso i miei occhi
su un uccellino volato molto vicino
Mi hai chiesto cos'hai
ho sorriso e ho risposto niente
perchè non si può spiegare
a chi non la nota
la fragile poesia dei particolari.
Questo tuo inesistere qui
è un buco nero che assorbe l'aria in gola
questo mio restarci
sono labbra inaridite dalla nostalgia
occhi consci e negletti dell'assenza
che tremano nel riaprirsi
e questo mio sentirmi così sola e debole
il niente tanto profondo e vasto
che è come se riuscissi a raggiungermi la cute dall'interno
amplificandosi fin quando pare romperla
perchè il ricordo del tuo corpo mi sovrasta gigantesco
e il mio vuoto ha la forma della tua pelle.
Respira amore mio, respira
così che dal tuo ultimo ansimo esploda la fine del mondo
e solo allora le stelle si stenderanno in un sorriso
prima di implodere nello stesso niente che ci ha preceduto.
Vuota
perchè non vedo il cielo
solo perchè la mia anima
scorge direttamente l'universo
Perdonami;
anche menomata,
non mi sento incompleta
notando come
per avere in me anche il sole
dovrei rinunciare al cosmo del cuore.
Comincia a somigliare a un odio viscerale di sopravvivenza
questo voler fuggire da chi non ha capito niente
da chi confonde e si confonde
e urla così forte e spudorato il suo sentore
che ancor meglio se ne percepisce il vuoto dietro le parole
di certo prive di quel significato profondo che altrimenti
le farebbe pesare nella gola e nel tempo
quell'incudine che lentamente mi inabissa
se solo immagino
di aver finito gli istanti in cui ti ho visto ridere
o dormire
il pensiero che potrei presto non avere più modo di intrecciare le dita alle tue
o ritrovare nel tuo petto la protezione contro tutte le mie paure
e dover intanto fingere di essere forte abbastanza
da poter sopportare da sola quella di perderti.
Ho scoperto d'improvviso
il motivo della voglia di lasciarmi crescere
unghie finora consumate dal silenzio;
l'inconscio desiderio delle dita di preferire,
all'asciugare le lacrime,
il cavarsi gli occhi.
Vorrei avere unghie affilate abbastanza
da conficcarsi nel mio sterno per aprirlo
scostare la carne dei seni e la prigionia delle costole
lasciandoti finalmente accoccolare
in quello spazio vuoto dentro al petto;
là dove, da sempre, si rifugia di te
la tua mancanza.
Voler bere
e bere ancora
stordirmi dietro a un sorriso di facciata
ingoiando con l'alcool la mia voglia di urlare
urlare per non sentire l'altrui voce insultarmi ancora,
ed ancora
e lasciarmi scivolare via la tua mancanza che rode dall'interno il cuore
trovandomi atterrita se due occhi guardandomi
nonostante l'eccellente finzione
scorgono il pianto che si cela oltre tutte le mie buone intenzioni.
Mel reading:
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Vorrei accarezzarti, piano,
disegnarti la pelle con le dita finchè non si consuma
e guardarti, finalmente, per come io a te mi mostro:
nervi e cuore.
Questa mia incapacità di creare
è una menomazione
la frustrazione di trovare parole
che ti descrivano alla perfezione
senza che queste goffe dita
possano plasmarti per renderti migliore
l'impacciata consapevolezza di essere quelli
destinati a vedere il reale volto delle cose
restando immobili
privi della manualità per cambiare l'orrore;
mani il cui solo gesto di grazia
è portarsi agli occhi per celare il pianto.